“Come l’acqua che scorre”, un film su Addis Abeba 2005 – secondo tempo. – 318

ebbene sì: nella giornata di ieri ho montato anche il secondo tempo di questo film, che così raggiunge una durata complessiva di più di due ore.

sono molto soddisfatto per il suo impianto generale, nonostante qualche piccola sbavatura tecnica qua e là: ritoccherei il primo e il secondo tempo, se avessi dieci vite a disposizione e non la decima parte, forse, di quella vissuta finora, nella ipotesi più sfrenatamente ottimistica.

quindi, se qualcuno vorrà dedicargli tutto questo tempo, in alternativa a qualche Grande Fratello televisivo, coglierà, spero, lo spirito che ha animato le riprese di 17 anni fa e il montaggio di queste ore e considererà quei difetti di un montaggio così artigianale come dei piccoli tocchi di autenticità in più.

sempre che il suo gusto non sia stato già irrimediabilmente compromesso anche dalla globalizzazione delle tecniche della comunicazione visiva.

però sono anche consapevole che il procedere implacabile del politically correct renderà ben presto stomachevole il mio modo di riprendere la miseria e la povertà, non sempre col consenso degli interessati, anche se mi sono astenuto, per rispetto umano, dalla ripresa dei moribondi di fame per le strade di questa città, e dunque finisco per darne a mia volta una immagine addolcita.

però mi rendo conto che non è troppo lontano il tempo nel quale film come questi risulteranno urtanti per eccesso di verità e verranno proibiti dalla censura; quindi, chi può si affretti, prima che spariscano.

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l’impresa abbastanza incredibile del montaggio di un film di due ore in due giorni non sarebbe stata possibile ovviamente, senza il precedente lavoro di due mesi di montaggio della cinquantina di video che sono poi confluirti in questo,

non è la prima volta che costruisco un video d’insieme globale su un viaggio, ma finora avevo svolto la cosa per produrre qualche filmato di viaggi familiari, ad uso interno e personale soltanto.

un viaggio intero di esplorazione, fatto da solo, è la prima volta che lo monto, anche se di recente non sono mancati i diari visivi di una sola giornata.

la cosa è stata resa possibile anche dai forti limiti che hanno caratterizzato il mio soggiorno di una decina di giorni ad Addis Ababa.

guardandoli a risultato ottenuto, questi mi sembrano ora quasi provvidenziali, perché hanno trattenuto almeno in parte la mia tendenza alla prolissità, del resto ben nota, sia negli scritti che nelle riprese.ù

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alla fine esce una immagine di me come viaggiatore e reporter visivo che mi gratifica:

l’opposizione alla globalizzazione conformistica, che è il filo rosso della mia vita, e la solidarietà umana per il mondo dei poveri, emarginati dal trionfo del consumismo autodistruttivo, emergono netti da queste riprese, una volta che sono state estratte dall’informe accumulo come appunti disordinati e riportate ad un senso evidente.

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ma finisco la sgradevole operazione del lodarmi da solo e lascio alla visione anche di questo secondo tempo del film.

un film su Addis Abeba? “Come l’acqua che scorre” – primo tempo – 317

continuo a citare il post: il rientro da Addis Ababa 2-4 luglio 2005 – quando si poteva viaggiare. 126, qui per un breve appunto personale del 3 luglio 2005:

3 luglio 2005

il titolo del film su Addis Abeba sarà “Come l’acqua che scorre”.

NOTA 2021: purtroppo le riprese sono andate perse e quel filmato non è mai stato montato.

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ma ora che le riprese sono state ritrovate, non resta che montarlo, questo film, cercando di immaginare come lo avevo pensato quasi vent”anni fa.

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può sembrare incredibile, ma ieri sono anche riuscito a montare il primo tempo di questo film vero e proprio, durata della prima parte circa tre quarti d’ora. e anche se non sarà mai proiettabile perché è discretamente noioso, tuttavia a me piace molto, e questo mi basta.

ho tutta l’intenzione di mostrarlo qui, ma il caricamento su Youtube sta incontrando dei problemi, forse per la durata eccessiva.

spero di riuscire a risolverli, e do appuntamento più tardi a chi vorrà dargli almeno un’occhiata.

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eccolo, infatti; non ben rifinito e pieno ancora di qualche difetto di montaggio.

ma chi ha voglia di rifarlo per correggerli?

un piccolissimo zoo. videodiario Addis Ababa 2 luglio 2005. vintage – 316

la cerimonia della consegna dei diplomi di maturità, come si chiamavano una volta, nella Scuola Italiana di Addis Ababa, fu certamente sabato 2 luglio 2005. ne ho già parlato in questo post: il rientro da Addis Ababa 2-4 luglio 2005 – quando si poteva viaggiare. 126.

posso limitarmi a ricopiare l’inizio di questo post:

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raccolgo qui qualche testo o frammento di testo, quasi tutti lettere, che concludono i resoconti della mia breve esperienza etiope del 2005; nell’ultimo si trova un riassunto dei miei spostamenti dal 15 giugno al 4 luglio, che oggi mi meraviglia per la straordinaria vitalità con cui reggevo un ritmo di lavoro abbastanza folle.

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Rodolfo R., 2 luglio 2005 – A[ddis] A[baba], 2.7.05 – giorno che precede la partenza per il rientro.

Caro Rodolfo, – queste due settimane nella tua scuola sono state piacevoli e spero costruttive. Ho trovato un clima positivo, di cui mi congratulo con te, perché credo non ci sarebbe senza il tuo apporto. Ti lascio, per il resto, copia della mia relazione al MAE.
Ti ringrazio ancora per l’accoglienza di cui sei stato l’artefice e resto nel dispiacere della mancata conoscenza diretta. – Mauro

questo giudizio non è così neutrale e generico come sembra, ma era una precisa presa di posizione rispetto alle tensioni che esistevano allora fra l’Ambasciata e la scuola italiana, giudicata troppo aperta e distante dalla realtà del potere locale; ci si aspettava che io facessi una relazione critica sul livello di preparazione degli studenti, ma io delusi i vertici dell’Ambasciata con lodi aperte, oltre che nella relazione finale degli esami cui accenno qui, nel discorsetto nella cerimonia di consegna dei diplomi; il disappunto fu aperto e mi venne manifestato in forme cortesi, ma senza reticenze diplomatiche.

aggiungo l’unica foto che mi è rimasta della coomissione d’esame:

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rimase comunque il tempo per una rapida visita al piccolissimo zoo della capitale e per qualche ripresa davvero striminzita, che si limita a una grossa testuggine in mezzo a qualche pecora, in un prato.

in essa vedo l’immagine simbolica finale di questa Etiopia che allora sembrava quasi immobile sotto il peso insuperabile dei suoi problemi.

probabilmente oggi non è più così, o almeno non completamente.

in ogni caso la lenta testuggine nel prato è l’ultimo ricordo che mi sono portato con me di questa visita poco approfondita e per nulla turistica, ma comunque rimasta segnata come indelebile nella mia memoria personale, fino a che questa durerà, per la violenza delle emozioni provocate dalla miseria di gran parte dei 5 milioni di abitanti della città e dal lusso sfrenato di una elite di stra-ricchi altrettanto miserabile.

di tutto salvo solo la musica, che dice la voglia di vivere ed essere felici, anche senza il trionfo del PIL.

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videodiario Addis Ababa 1 luglio 2005. vintage – 315

ed ecco il modestissimo e ridottissimo videodiario dell’1 luglio, venerdì, come ho già detto: giornata probabilmente ampiamente occupata dalle operazioni d’esame (tanto da farmi dubitare addirittura che le riprese siano in realtà del giorno successivo; la loro datazione fu fatta qualche tempo dopo, fidandosi di una memoria in realtà approssimativa).

sono le ultime scene di quel poco che ho potuto documentare della Addis Ababa popolare, dato che il mio viaggio (di lavoro) di quel giugno-luglio 2005 non è stato purtroppo un vero viaggio in Etiopia, con la sua ricchezza straordinaria di popoli diversi e anche di storia, ma soltanto ad Addis, che era allora soltanto una semi-metropoli che galleggiava in mezzo ad un oceano di baracche.

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avevo avuto in verità l’idea di andare ad Harar, alla ricerca dell’Etiopia vera, anziché alla turistica Lalibela, nei due giorni rimasti liberi dagli esami, anche perché era stata la base delle imprese militari di mio padre nel 1940-41, prima della disfatta italiana contro gli inglesi, della sua fuga e della sua cattura.

ma era stata spenta sul nascere dall’ambasciata, che l’aveva fortemente sconsigliata per motivi d sicurezza.

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ecco, questo fu effettivamente un limite forte di quel soggiorno, anche se qualche visita imprudente l’avevo pur fatta, ricambiato da qualche sorriso, accanto anche a diversi sguardi molto ostili verso il ferenji, cioè lo straniero bianco, esaminato attentamente come una possibile preda.

però avvertivo una certa paura, per la prima volta nei miei viaggi e forse l’unica (se si eccettua qualche momento in California nel 2014 accanto ad analoghi disperati accampati, sia pure molto più isolati, ma in una condizione del tutto simile a questa).

certo, adesso penso agli esami della mia amica Emanuela, che faceva il mio stesso lavoro a Parigi ed era andata a farli in Nigeria, credo l’anno dopo, e aveva dovuto girare sempre con quattro guardie armate di scorta, per quel tanto che aveva potuto.

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dunque ero stato ancora fortunato, e un poco lo sono i miei sparuti spettatori che, se vogliono, possono condividere le mie esperienze, tanto tempo dopo, sia pure a sprazzi, e senza correre nessun pericolo proprio, salvo quello di annoiarsi.

mi spiace tuttavia che il mio reportage, che sta per concludersi, sia così ridotto e casuale, un semplice assaggio.

addio all’autentica Addis Ababa. 1 luglio 2005. vintage – 314

ora ovviamente non posso ricordare precisamente come si svolsero le cose, ma venerdì 1 luglio 2005 rimase solo poco tempo libero, credo, dai lavori della commissione d’esame.

certamente ci fu alla fine la cerimonia della consegna dei diplomi, ma non so bene se fu quel giorno o il successivo; mi pare comunque più probabile che fosse di sabato, e ne parlerò dunque in un prossimo post, anche per accennare ai vari aspetti del rapporto con l’Ambasciata.

qui mi limito ad osservare che le riprese furono brevi e come affrettate, e non saprei neppure dire oggi perché, ma certamente girare con una cinepresa in vista non era neppure troppo consigliabile.

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ho definito queste le ultime riprese dell’autentica (true) Addis Ababa, non perché quelle successive, probabilmente del giorno 2, abbiano qualcosa di falso, ma perché queste sono le ultime che rappresentano una Addis Ababa miserabile e normalmente nascosta dai video turistici o simil-turistici che devono sempre magnificare le straordinarie bellezze di ogni luogo (anche se qui è veramente difficile).

se i miei video di viaggio hanno qualche merito, e ne dubito, è quello comunque di coniugare lo sguardo sulla gente locale con quello sulla storia anche artistica e monumentale, peraltro quasi assente in questa semi-città accampamento recente e povera di profondità su questo piano.

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ecco quindi le ultime immagini su inconsuete povere case popolari, molto colorate, al posto delle più diffuse baracche di lamiera, sulla gente del luogo più povera, perfino su una macelleria etiope e alla fine sui gesti un poco grotteschi di un povero uomo deforme, che sta masticando il qat e che risponde alla mia autorizzata ripresa del suo volto con un bacio lanciato da lontano.

quasi un simbolo finale di questo paese che conserva in se stesso, ai miei occhi, il segreto delle cause della sua povertà talmente disperata, da non essere più neppure felice, come invece in altri luoghi del pianeta.

videodiario Addis Ababa 29 giugno 2005. vintage – 311

i due giorni liberi dal lavoro del 28 e 29 giugno li avevo dedicati ancora ad Addis Ababa, forse anche per godermi almeno da lontano la compagnia di una persona che mi interessava, mentre la maggior parte degli esterni che facevano parte della mia stessa commissione d’esame avevano preso un volo e si erano recati a Lalibela a visitare le straordinarie chiese rupestri monolitiche scavate nella roccia.

per inciso, questa incredibile tecnica costruttiva è identica a quella usata nell’antica India per scavare i templi, a conferma delle relazioni fra questi due mondi, misteriose, ma abbastanza strette.

io mi ero sentito quasi in colpa a sovrapporre un simile programma di turismo consumista alla povertà estrema che mi circondava ed avevo preferito restare a girare quei pochi e poveri filmati che vi ho presentato.

e la sera del 29, al rientro in hotel, ecco alcuni altri versi, un abbozzo, che cerca di mettere stranamente in forma poetica alcune considerazioni geo-politiche.

(questo, con l’altro testo della giornata, erano già stati pubblicati su questo blog qui: l’Etiopia come archeologia. Addis Ababa, 29 giugno 2005 – quando si poteva viaggiare. 124, dove si trova qualche foto di repertorio in più).

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l’Etiopia come archeologia.

si sta come sull’orlo di una frana e il battito d’ali della farfalla

che potrebbe scatenare il finimondo potrebbe partire da qui.

l’altopiano è assediato dall’integralismo islamico,

ma neppure lo sa perché, essendo tollerante

e chiuso in se stesso, non si accorge dell’attorno.

la Somalia è troppo inquieta e insanguinata

per attirare qualcuno, al momento, ma metà dei somali

vivono qui ed Harar è una città araba che ha passato lo stretto.

l’Eritrea islamica e laica, troppo italiana per restare qui,

ha consumato un divorzio durato trent’anni di guerriglia

e poi anni di guerra che hanno lasciato confini incerti.

gli Afar della Dancalia che castravano i viaggiatori

occupano poi con le loro greggi l’insopportabile Rift Valley.

il mosaico sta per diventare un puzzle e le tessere impazzite

non ritroveranno più il loro incastro se si rovescia il tavolo

che cerca di tenere fermo l’ambasciata della potenza imperiale

alla periferia di questa città disadorna, cintata

di filo spinato e blocchi di cemento, sorvegliata a vista.

le cose parlano da sole a chi sa ascoltarle, eppure non è detto

che non raccontino favole, anche se il viaggiatore immaginario

ascolta e riporta, convinto sempre che una musa detti.

29 luglio 2005

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un ulteriore appunto, molto strano, direi quasi delirante, riguardava invece il calendario etiope:

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               l’Etiopia come archeologia dell’Europa:

  1. l’ora si calcola alla maniera latina, dall’alba, che è l’ora prima, al tramonto che è l’ora dodicesima, e dopo il tramonto ricomincia l’ora prima;
  2. il calendario è quello di Giulio Cesare, con 12 mesi di 30 giorni e un tredicesimo mese di 5 o 6 giorni. tuttavia la data della nascita di Cristo è stata calcolata in maniera diversa che da noi, sicché adesso siamo nel 1997 e dall’11 settembre saremo nel 1998.

non saprei dire invece a che cosa risalga il Capodanno fissato all’11 settembre. c’è la differenza di 13 giorni che è tipica della Chiesa ortodossa, dipende da questo? e forse settembre perché è la fine del periodo delle piogge? proviamo:

11 settembre – 10 ottobre = settembre;

10 ottobre – 8 novembre = ottobre;

9 novembre – 8 dicembre = novembre;

9 dicembre – 7 gennaio = dicembre, Natale cade il 6/7 gennaio, cioè l’ultimo giorno di dicembre;

8 gennaio – 6 febbraio = gennaio; Epifania il 19 gennaio, cioè 12 giorni dopo Natale, come da noi;

7 febbraio – 8 marzo (7 marzo negli anni bisestili) = febbraio;

9 marzo – 8 aprile = marzo

9 aprile – 8 maggio = aprile

9 maggio – 7 giugno = giugno

8 giugno – 7 luglio = giugno

8 luglio – 6 agosto = luglio

7 agosto – 5 settembre = agosto

6 –10 settembre = 5 giorni.

negli anni bisestili tutte queste date sono spostate indietro di un giorno rispetto a noi e il tredicesimo mese è di 6 giorni.

se i mesi, anziché di 30 giorni, fossero di 28-29, in modo da cominciare col novilunio e vi fossero due mesi ridotti mobili all’inizio e alla fine dell’anno si profilerebbe un compromesso tra calendario cristiano e calendario musulmano?

inoltre sarebbe opportuno raccordare astronomicamente l’inizio dell’anno, facendolo coincidere col perielio: 21-22 dicembre anno nuovo e nascita di Cristo. mese nuovo = fino al novilunio:

22 dicembre/18 gennaio – 18 gennaio/14 febbraio = gennaio

19 gennaio/15 febbraio – 15 febbraio/14 marzo = febbraio

16 febbraio/15 marzo – 16 marzo/12 aprile = marzo

Pasqua

16 marzo/11 aprile – 13 aprile/9 maggio = aprile

14 aprile/10 maggio                               = maggio

11 maggio                                           = giugno

8 giugno                                              = luglio

6 luglio                                                = agosto

3 agosto                                              = settembre

31 agosto                                            = ottobre

27 settembre                                        = novembre

25 ottobre                                            = dicembre

22 novembre                        

8 mesi di 45-47 giorni ciascuno, ciascuno con un ciclo lunare completo di 28/29 giorni, una parte iniziale e una finale

4 stagioni di 90-92 giorni ciascuna   inverno 10 novembre – 10 febbraio

due-tre cicli lunari completi 28/29 * 3 = 54/57

giorni residui e uno incompleto

1a luna – 2a luna – 3a luna – 4a luna

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tutto questo come assurda introduzione al diario visivo della giornata, dal risveglio annoiato, al ritorno sul monte Entoto, tra le povere donne che ne scendono di corsa per portare in città enormi carichi di legna, alla visita della chiesa di Kiddus Raguel, e poi, abbandonata la foresta di eucalipti, per scendere a vedere un mercatino e chiudere la giornata guardando da fuori il lusso provocatorio dell’Hilton Hotel.

l’Hilton Hotel nella notte. 29 giugno 2005. Addis Ababa vintage – 310

l’Hilton Hotel non era certo quello in cui alloggiavo; le camere costavano 500 euro a notte, ma c’erano anche suite che arrivavano a diverse migliaia di euro, citando ricordi del tempo.

erano riservate ai membri dell’ONU incaricati di gestire e coordinare gli aiuti economici alimentari all’Etiopia, che in teoria dovevano servire a salvare dalla morte per fame almeno alcuni delle centinaia che si vedevano giacere inerti lungo il viale che congiungeva alla piazza Menilik l’Hotel Semien, dove alloggiavo io.

e siccome l’Hilton era di proprietà di uno sceicco saudita, ecco che, per una parte enorme, l’intervento umanitario si risolveva in un finanziamento a fondo perduto di qualcuno che era tra gli uomini più ricchi del pianeta.

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per accennare almeno a questa stridente contraddizione, ho inserito accanto alle immagini, un commento musicale volutamente un poco discordante, con un canto popolare locale, non triste, ma pur sempre di un mondo molto diverso da questo.

un piccolo mercato. 29 giugno 2005. Addis Ababa vintage – 309

mi sono mosso quasi sempre in compagnia nelle poche uscite ad Addis Ababa nel mio soggiorno fra il 21 giugno e il 2 luglio 2005, e questo ha rappresentato una vistosa limitazione nella mia libertà di riprendere.

lo dico a proposito di questo video particolarmente breve, contro i miei desideri: mi sarebbe piaciuto girare di più, riprendere volti e situazioni, tipiche di quella povertà che oggi è aborrita e colpevolizzata, e contro questa svalutazione sta invece la testimonianza continua dei miei viaggi, che cercano di documentarla come promemoria per noi necessario.

ma, nonostante la brevità, che credo lo farà finire nella nuova categoria degli short di Youtube (infatti!), o forse proprio per questo, potrebbe essere uno dei miei video migliori su Addis Ababa.

sul monte Entoto, la foresta di eucalipti. 29 giugno 2005. Addis Ababa vintage – 308

si vorrebbe dire: dopo la modestia dell’architettura, ci immergiamo almeno nella potenza della natura, in una foresta di eucalipti.

ma anche questa foresta è artificiale e ha qualcosa di povero.

l’ha piantata su questo monte Menilik – lo sappiamo già -, come deposito vivente di legname per il riscaldamento della città, che all’inizio pensava di costruire qui e poi ha fondato invece 800 metri più in basso.

incontriamo un simbolo vivente di questa povertà, che circonda ogni cosa e la tormenta dall’interno, in questa Etiopia del 2005: è un bambino che gioca facendo schioccare una frusta che si è costruito da solo.

perfino la pioggia, che incombe e alla fine induce ad allontanarsi e si va preparando togliendo luce e offuscando colori, appartiene a questo scenario di limitazioni.

ma non riesce ad impedire la vista meravigliosa dell’azzurro che si apre un momento nel regno luminoso dei cumuli bianchi nel cielo e il volo di misteriosi grandi uccelli, che sono quasi una citazione di Montale e sembrano dire, nonostante tutto: più in là.

chiesa di Kiddus Raguel sul monte Entoto, il cortile. 29 giugno 2005. Addis Ababa vintage – 307

quanto è sgradevole la povertà, non solo da vivere, ma perfino da guardare quando non è la propria.

il cortile della chiesa di Kiddus Raguel sul monte Entoto, alle spalle di Addis Ababa, dà davvero un’immagine di abbandono miserabile: vecchi loggiati di legno malmessi, tetti di lamiera arrugginita, vecchie tombe abbandonate; perfino le nenie religiose che arrivano dalla chiesa vicina non riescono a nobilitare questo luogo poco curato.

come è logico, la povertà si accompagna alla trascuratezza di ogni senso estetico.

così il cortile in cui due giovani lavoratori spalano un mucchio di terra, non si sa bene a che fine, e si sorridono, nel loro lavoro apparentemente quasi inutile, diventa, in piccolo, una specie di conciso simbolo dell’Etiopia grigia e brutta tutta intera, come continuò ad apparirmi, quel 29 giugno 2005.