eccomi ad Addis Ababa. videodiario 20 giugno 2005 – quando si poteva viaggiare. 117/2021 – 259

conclusi i resoconti visivi e narrativi del viaggio in Turchia dell’ottobre-novembre 2005, si torna indietro di qualche mese nella successione dei post.

ma il viaggio ad Addis Ababa del giugno 2005 l’ho già descritto in parte nel 2021! e anche bene, direi, se è possibile lodarmi da solo; mancavano soltanto le riprese, che ora ho recuperato.

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i relativi post sono questi e vanno considerati come la necessaria premessa di quello che seguirà:

Addis Ababa: i preparativi (con intermezzo berlinese) e la partenza. 4–19 giugno 2005 – quando si poteva viaggiare. 116 – 6 aprile 2021

i post successivi riguardano la lunga obbligata sosta a Frankfurt del 19 giugno 2005, per un fortissimo ritardo del volo per Addis Ababa:

da Malpensa a Frankfurt, volo sulle Alpi. vintage 19 giugno 2005 – 116a 20 luglio 2022

Frankfurt, il vecchio teatro dell’Opera e i giardini annessi. vintage 19 giugno 2005 – 116b 21 luglio 2022

Francofolie à Francfort. Frankfurt, vintage 19 giugno 2005 – 116c 22 luglio 2022

musica dura a Frankfurt, vintage 19 giugno 2005 – 116d 23 luglio 2022

i murales di Frankfurt, vintage 19 giugno 2005 – 116e 24 luglio 2022

diario di un pomeriggio francofortese. vintage 19 giugno 2005 – quando si poteva viaggiare – 116f 25 luglio 2022

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si riferisce a questo viaggio anche un post precedente:

il viaggio in Etiopia del 2005 – in PDF 20 maggio 2020

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non era possibile allora spedire via internet dall’Etiopia per mail a qualcun altro i propri resoconti, come avevo fatto in precedenza e avrei fatto anche dopo, per via dell’ossessiva censura: ero arrivato nel corso stesso di un colpo di stato… e non restava che scrivere per se stessi.

le riprese stesse risentono di questo clima sospeso e si limitano a poche immagini reticenti.

quindi, quanto alle giornate del 20 e 21 giugno 2005, direi di accontentarmi di ricopiare la cronaca di allora, che avevo già scritto l’anno scorso, il 7 aprile 2021: eccomi ad Addis Ababa. 20-21 giugno 2005 – quando si poteva viaggiare. 117, riadattandola quel tanto che basta.

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21 giugno 2005, Addis Ababa

eccomi ad Addis Ababa dopo un viaggio tormentato dai contrattempi e durato 28 ore, e non trovo parole per descriverla.

mai ho incontrato niente di simile, ma in che cosa consiste questa diversità neppure so dire.

forse in questa così radicale mancanza di originalità?

forse per la prima volta sono davanti alla povertà pura, assoluta, nuda – per un italiano l’eco della propaganda coloniale neppure si è ancora spenta e ciascuno si attende davvero che questo sia ciò che significa il suo nome, “il nuovo fiore”.

ma il tempo è grigio e piuttosto freddo, la pioggia si alterna a brevi schiarite, il fango domina le strade disordinate su cui si affacciano edifici dal tetto di lamiera, più capanne e baracche che case.

qualche modesto condominio sparso qua e là: sono i ministeri.

le strade pullulano di gente inutile, che vaga senza scopo.

c’è molto verde, ma solo perché pare che la città non riesca a diventare tale, per cui ti muovi in un ibrido dove a tratti spuntano alberi enormi su cui volteggiano uccelli enormi, ma tutto rimane confuso, dominato dal movimento senza scopo di questa folla cenciosa, di automobili che sembrano fuggite tutte dal demolitore, di autobus puzzolenti che scaricano gas irrespirabili.

ti aspetti qualcosa per cui valesse la pena di morire, di sprecare la vita in sogni di conquista, per cui valga la pena di morire, come ancora succede.

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in questo ingorgo umano che resta troppo sparso e disordinato per dare qualunque idea di essere la metropoli che in effetti è, al fondo di qualche vicolo di fango acquoso e sdrucciolevole, si apre dietro un cancello qualche angolo miracoloso di benestante occidentalità: anime perse, nessuna delle quali saprebbe dire perché è venuta qui, perché ci sta: lingue diverse e lo stesso vuoto interiore di esistenze trascinate nella noia.

salvo chi ha sposato, probabilmente senza amore, qualcuna delle bellissime ragazze dagli occhi grandi e luminosi e dai corpi flessuosi, che si mescolano, per la loro bellezza, in mezzo agli avventurieri pieni di denaro.

torno da questo circolo chiuso di un povero occidente disperato, mentre il fango delle strade è avvolto dal buio precoce: non c’è luce nelle strade, la notte paurosa le riempie di ombre, i cellulari non funzionano, internet è bloccata da tre giorni, all’ingresso dell’hotel sei perquisito, in stanza la luce va e viene, la notte sparisce del tutto e allora i pensieri corrono da soli, senza essere trascritti.

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mi affaccio su questo immane vuoto, ascolto un muezzin e il fruscio della pioggia sul fango, il fruscio delle ombre nel fango.

o inutilità, o assenza, o mancanza di senso, qui c’è il tuo angoscioso monumento e ancora ricordo le parole di chi si chiede perché tra tutti gli animali l’uomo sia l’unico a porsi la domanda del senso della sua vita e a me verrebbe da rispondere, perché è l’unico animale che ha sviluppato i simboli sino a farne un mondo a parte e dunque si chiede che rapporto vi sia tra il mondo e il mondo dei simboli: senso è appunto ciò che appartiene ai simboli, ma manca al mondo.

come appunto qui, inamabile capitale di una povertà che è radicale mancanza di senso, che non può neppure essere rivendicata col sorriso buddista o francescano, che neppure si percepisce come tale, ma è animale ricerca, non del senso, ma di sopravvivenza e cibo.

la tanta gente inutile che sorveglia cancelli ed apre e chiude porte e si inchina davanti a ogni pelle bianca, anche di chi discende dai massacratori, perché il nostro passo appare potente e pieno di senso per il solo fatto di essere nella sua determinazione e sicurezza espressione di potere e di ricchezza.

insomma è l’essere riconosciuti come potenti che ci fa apparire quel che non siamo, cioè portatori di senso; e al sogno della nostra immagine, per carpire un frammento di questo benessere, si rivolge il mendicante che ci saluta sorridendo sdentato.

lui non sa che mentre la povertà assoluta cancella la domanda filosofica sul senso e lascia in vita solo quella sovrastante di cibo e denaro, cibo e denaro a disposizione in abbondanza segnalano invece la mancanza di senso delle cose.

solo che qui, a differenza che di fronte a ogni altra povertà conosciuta precedentemente, mi pare che la povertà stessa non abbia senso, talmente qui appare vinta e rassegnata e priva di qualunque speranza o prospettiva.

chi si fa ammazzare nelle strade questo testimonia: qui non si potrà mai uscire da questa povertà contro la quale vale solo la pena di morire.

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7 aprile 2021

le mail mandate e ricevute nei giorni che prepararono la mia partenza per Addis Ababa nel giugno 2005, e che ho riportato nel post precedente, parlano delle violenze inaudite che si stavano svolgendo nella città e che l’avevano preceduta di qualche giorno.

vi erano state proteste contro elezioni chiaramente truffaldine e la polizia aveva sparato nelle strade, uccidendo 36 studenti universitari; perfino la scuola dove ero a fare gli esami era stata fatta segno di colpi, che restavano sui muri, come traccia drammatica; e l’albergo, quasi contiguo, dove mi trovavo, era in una zona considerata ad alto rischio.

sono fatti che ricordo bene tuttora, ma di cui sembra non rimanere traccia storica, almeno da una rapida ricerca su wikipedia, che ne tace completamente.

a tale punto il sangue, l’oppressione, i massacri sono cosa ordinaria in questa parte del mondo: perché ricordarli uno per uno?

risulta invece quello di cui non mi rendevo conto allora: che il paese era stremato da una spaventosa carestia, trasformatasi in una disperazione senza nome, e che spiegava forse anche le proteste politiche.

ma anche questa fame è da considerare un fatto normale lì.

del resto la guerra civile di questi giorni in Etiopia fa capire che quel mondo non è cambiato: il premio Nobel per la pace è stato vilipeso dai suoi gestori ancora una volta, dato che l’hanno consegnato ad un nuovo leader che sembrava democratico, ma di fatto ha concluso la pace con l’Eritrea solo per cominciare una guerra interna contro gli abitanti del Tigrai – nota 2022: che rivendicano l’indipendenza e l’autodeterminazione – e riaprire una spirale di sangue e genocidio che sembra inevitabile dimensione della vita locale.

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anche i miei resoconti di viaggio cambiarono natura; come venni rapidamente informato all’arrivo, vi era un controllo capillare su tutto quello che poteva avvenire nel paese ed era sconsigliabile usare internet  per comunicare alcunché all’esterno.

era passato alla clandestinità, perché ricercato per le corrispondenza che scriveva per il Manifesto sui tragici fatti di quei giorni, anche un docente della scuola dove mi trovavo a fare gli esami, e dove aveva studiato tra l’altro anche il capo del governo in carica.

non so se anche per questo, smisi di mandare delle mail a casa, come avevo fatto invece nei viaggi precedenti in Sri Lanka ed in Egitto, e cominciai a scrivere appunti, che del resto non sono mai stati resi noti a nessuno in nessuna forma prima.

recuperavo, per necessità, quella scrittura per me stesso che ha accompagnato la parte prevalente della mia vita e che potrebbe apparire una sterile dispersione di energie intellettuali, se la pubblicazione non fosse invece un atto di vanità che si può perdonare più facilmente ad un vecchio.

del resto la comunicazione ai familiari delle mie esperienze si era esaurita già per motivi suoi, ed era naufragata la pretesa un poco arrogante di tenerli coinvolti al mio vissuto, oramai così distante dal loro.

da questo intreccio tra prudenza politica e sviluppi autobiografici nasce un modo di scrivere anche diverso, meno occasionale e più letterario, non tanto nelle intenzioni, quanto nei modi stessi di usare la parola.

non era una cosa intenzionale, ma la violenza stessa delle emozioni mi costringeva a misurarmi solo con me stesso e ad approfondire le domande sul senso di quello che stavo sperimentando.

viaggiare, questo significa.

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mai come questa volta sento la mancanza delle riprese di allora, andate distrutte, e devo ripiegare ancora una volta su immagini di repertorio, per integrare le parole che seguono, scritte come a ferita mentale aperta e viva.

ma wordpress si rifiuta di caricare le immagini stesse più autentiche di questa povertà estrema, per motivi di sicurezza, dice – come già era avvenuta ieri.

è una specie di silenziosa censura che protegge la vostra sicurezza mentale, o lettori, peraltro ipotetici; non la mia.

soltanto le parole di allora, nella loro crudezza, cercheranno di scalfirla.

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26 luglio 2022

ed ecco invece che qualche immagine è stata recuperata, e l’avevo già inserita nel testo della mail, qui sopra ad aprile: un primo frammentino di mezzo minuto.

forse toglie, più che aggiungere pathos: qui le parole dicono di più.

osservo il mondo dove sono capitato, dalla finestra dell’hotel; neppure si notano bene i segni dei colpi sparati contro l’edificio di fronte, abbastanza fatiscente, che era poi quello della scuola italiana, dove stavo cominciando a fare gli esami.

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questa è la prima versione del video, poi sostituita.

Cose turche – 2005. revisione 2022. – 258

chi si ricordava di avere scritto, per me stesso e senza mai pensare di pubblicarlo, questa specie di libriccino eterogeneo, e ben poco leggibile, parte di una serie di scritti autobiografici e diaristici con cui riempivo le mie giornate tedesche nel 2004-2005, prima di approdare alla scrittura da blog, giusto pochi giorni dopo avere composto questo testo, che in qualche modo li conclude.

da metà novembre i miei pezzi diaristici vennero affidati al blog, anziché al cassetto, e, nonostante nel blog fossi presente soltanto con avatar, questo costrinse ad omettere tutti i riferimenti troppo concreti che avrebbero potuto identificarmi e mettere in pericolo il mio stesso lavoro per il Ministero degli Esteri.

in questo testo invece, fatto assemblando soprattutto mail a doversi interlocutori, familiari e altro, le libertà di parola è massima. quindi un poco mi dispiace, ma i pochi anni trascorsi dai fatti e i riferimenti, spesso aspri, a persone viventi consigliano tuttora di tenerlo riservato. pubblico, dunque, anche questo in forma riservata, con password, e qui mi limito a copiare la conclusione.

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COMMENTO A ME STESSO

non so se “Cose turche” ha un senso. a me piace poco, tranne che per qualche foto.

non so neppure perché si sia inventato in Italia il detto che le dà il titolo e che attribuisce ai turchi lo strano privilegio di essere incomprensibili, assurdi, straordinari e un po’ stupefacenti. niente di tutto ciò in fondo è vero e la frase è una testimonianza dei pregiudizi dei tempi in cui l’interculturalità non era un requisito della sopravvivenza.

forse poi questo detto colorato merita semplicemente di diventare lo slogan del post-moderno, e allora ben venga un collage senza capo né coda, con figure evanescenti e indistinte, senza un tema fisso che non sia il gusto del viaggio col corpo e con la mente nell’altrove.

non c’è l’opera d’arte.

unità di tempo di luogo di azione? per Aristotele caratterizzavano la tragedia. nei secoli, stemperati e un po’ annacquati, sono diventati criteri di valutazione e requisiti di ogni opera letteraria in genere. ma qui non c’è niente di tutto ciò!
solo il tempo potrebbe essere unitario, dato che comprende il periodo dal 10 settembre ad oggi 25 novembre, ma non lo è, perché ci sono dei salti, dei vuoti voluti, molto è stato omesso.
il luogo? il titolo farebbe pensare alla Turchia, ma si oscilla tra questa e Parigi, Stoccarda, Brescia, Addis Ababa, lo Sri Lanka: ecco, semmai la caratteristica di questo testo è questa, che nel mondo globalizzato l’unico luogo è il mondo stesso.
quanto all’azione, poi, ognuno persegue la sua e non è detto, nonostante l’apparenza, che incroci davvero le azioni altrui. e poi, l’unità di azione esige un protagonista, e qui c’è solo una identità che fa da punto di riferimento più forte per le altre, ma né tutto ciò che riguarda quella identità compare qui, né tanto meno gli altri vi figurano altro che per occasionali frammenti.

quindi non c’è storia.

forse nel mondo globalizzato le storie non nascono più spontaneamente? o forse, molto semplicemente, l’autore non sa scriverle

ma niente è più fastidioso degli scrittori che si parlano addosso, e quindi qui mi fermo.

sul buddismo in Sri Lanka. 2004 – quando si poteva viaggiare. 205

a Fabia – mail 2 agosto 2004

del buddismo ho già parlato nelle lettere. non ti ripeto le prime impressioni di pelle molto negative sui monaci. la Marta mi ha perfino accusato di parlare come un prete a riguardo.
tuttavia, a conferma, ecco cosa scrive la mia guida (e adesso mi tocca copiare se no addio lettera):

“Dalla fine del XIX secolo nello Sri Lanka si è sviluppata una corrente di buddismo “militante” basata sulla convinzione che il Buddha (che secondo la tradizione visitò l’isola tre volte) abbia incaricato il popolo singalese di fare di questo paese una cittadella del buddhismo nella sua espressione più pura. questa forma di buddhismo più “interventista” e meno tollerante, forse stimolata dal tipo di cristianesimo diffuso dal potere coloniale britannico, vede la cultura buddista singalese minacciata sia dal cristianesimo europeo sia dall’hinduismo tamil.

– ecco le premesse della guerra civile attuale! che nasce dallàrroganza dei monaci buddhisti!
apro una parentesi: la storia del buddismo nello Sri Lanka comincia, secondo le tradizioni locali, con la conversione dell’imperatore indiano Ashoka, nel III sec. a. C., cioè circa 400 anni dopo la morte di Buddha. questo re avrebbe mandato suo figlio Mahinda a diffondere il buddismo nello Sri Lanka (siamo tra il 247 e il 207 a. C., al tempo delle guerre puniche, per intenderci: Anuradhapura era dal 380 a.C. la capitale del regno dello Sri Lanka, e lo fu ancora per 1.500 anni, e il suo re Tissa si convertì al buddhismo, sua sorella Sangamitta trapiantò al centro della città antica un virgulto dell’albero sacro della bodhi, sotto il quale Buddha aveva raggiunto l’illuminazione – albero che vive ancora ed è oggetto di culto.
si generò così una teocrazia. (è come se la storia del cristianesimo in Italia fosse iniziata con lèditto di Costantino…)
ma proprio in quel periodo si generò nel buddhismo una scissione tra la scuola theravada, purista e tradizionalista fondata in seguito sulla lettura dei testi sacri nella lingua originale, il pali, nel quale il canone sacro buddista fu posto in forma scritta attorno all’epoca di Cristo, e la scuola mahayana, che attribuisce al Buddha molti miracoli, si fonda in seguito su testi sacri tradotti in sanscrito, la tradizionale lingua letteraria indiana, e tende ad una sintesi con la tradizionale cultura indiana e con l’induismo.
questa seconda scuola, più aperta e tollerante, meno rigorista, ha diffuso il buddhismo in Tibet Nepal Giappone Corea Cina e Vietnam del Nord; i monaci dello Sri Lanka portarono il buddhismo della seconda scuola, quella più rigorista e integralista, in Thailandia, Myanmar Laos Cambogia e Vietnam del sud.
come vedi le premesse di una lettura integralista del buddhismo sono già nella sua storia. e nello stesso tempo il buddhismo singalese appare spesso armoniosamente fuso con aspetti della religione induista, fin dallàspetto di alcuni templi o di alcuni riti.

aggiungi che già dal VII sec. d.C. l’induismo aveva ricominciato a prendere piede in India e che il buddhismo qui fu spazzato via dall’invasione dei musulmani, che distrussero monasteri e università buddhiste, per cui i luoghi sacri del buddhismo indiano vennero occupati dai sacerdoti induisti.
di conseguenza lo Sri Lanka rimase per così dire la roccaforte del buddhismo nell’area indiana e il buddhismo diventò lèlemento centrale dell’identità dell’isola e questo ne accentuò lìntegralismo potenziale.

ma torniamo alla guida:
“Il buddhismo nello Sri Lanka si è progressivamente legato alla politica; il clero è in grado di esercitare forti pressioni sui politici se li accusa di non dare al buddhismo l’importanza che gli spetta. alcuni monaci buddhisti sembrano le persone meno tolleranti del paese quando si tratta di venire a patti con i tamil. nè tutti i monaci conducono una vita così immacolata, virtuosa e spirituale come ci si aspetterebbe!”

questo a conferma di alcune impressioni di pelle mie molto iniziali! il clero è sempre l’aspetto peggiore delle religioni tradizionali e il buddhismo mica fa eccezione.

ma che dire invece dellìnduismo? se si supera l’ottusa idea propagandistica cristiana che gli induisti siano dei primitivi pagani o quasi degli animisti che venerano più o meno 300.000 divinità, e si accetta il loro modo di considerare le cose, che 333.333, indicati ciascuno con un nome, una biografia e un immagine tipica, sono gli aspetti divini che può assumere lùnica divinità – cioè se ci allontana dalla propaganda antiinduista alla “Maometto e il cristianesimo” (anche Maometto accusa i cristiani di politeismo per la trinità…) , beh direi che 333.333 è più interessante di 3 e, soprattutto, lascia più spazio a tutti…
ma questa è solo la premessa per il prossimo viaggio in India…

cmq, per chiudere il discorso, lo sai a che cosa della tradizione occidentale si avvicina di più secondo me il pensiero buddhista? non trasecolare: allèpicureismo. ci sono dei punti di contatto davvero impressionanti: il piacere castematico di Epicuro e lìlluminazione di Buddha hanno qualcosa di comune e soprattutto la teoria del divino è assolutamente identica! anche per Buddha gli dei esistono, ma non si occupano degli uomini, e per di più possono invecchiare e morire!!! solo che in occidente attorno ad Epicuro non si è costituita alcuna casta sacerdotale, anche perchè l’epicureismo è nato esplicitamente contro ogni forma di teocrazia…

a proposito: è morto Terzani. mi piacerebbe molto conoscerlo meglio. mi puoi prestare dei suoi libri quando vieni a trovarmi?

il viaggio in Sri Lanka del 2004 in PDF (ed altre prospettive)

a sei mesi esatti dall’inizio di questa piccola impresa, ecco che il nuovo racconto, verbale e in video, del viaggio in Sri Lanka del 2004 è terminato ed ora ha assunto anche la forma di due file in PDF che lo presentano in un formato simile a quello di un libro (diviso in due parti per i limiti di misura possibili della pagina blog) e sono accessibili cliccando su questi link:

Sri Lanka 2004-2005 – 1a parte – bortoround

Sri Lanka 2004-2005 – 2a parte – bortoround

in questo modo non ho realizzato del tutto l’idea di arrivare ad e-book vero e proprio, ma il lavoro necessario era davvero lungo ed estenuante, e mi accontento di essermici avvicinato, con un lavoro che peraltro si è rivelato abbastanza impegnativo e che è stato portato a termine sopratutto grazie alla mia mitica testardaggine (quella che ho rivelato fin da bambino e per la quale ero gratificato da mia madre col simpatico appellativo: ecco il mio mulo).

ciò non toglie che il formato PDF prodotto a partire dal blog presenta dei limiti pesanti, grafici o estetici, come l’impossibilita di introdurre separazioni di pagina, ma poi di tutti i tipi, dato che la piattaforma wordpress è veramente inadatta ad operazioni di questo tipo, per i suoi pesanti limiti in tutto il campo della visualizzazione, che producono ineliminabili e fastidiose irregolarità nelle impostazioni delle pagine; il più grave, dal punto di vista pratico riguarda le anteprime dei filmati YouTube, che non sono visibili ma lascia attivi i link ai post originali, dai quali vi si accede facilmente, e quindi è assolutamente da preferire a quello ricavabile attraverso il passaggio in word; per questo sotto il titolo di ogni paragrafo riferibile ad un video sta il link al post sul blog dal quale si accede ai filmati cliccando sulla loro anteprima.

una seconda limitazione nel formato PDF riguarda la ricerca di termini particolari, per arrivare alla descrizione di luoghi, monumenti o anche esperienze particolari: tuttavia la funzione cerca è attiva anche nei file PDF e la si trova nella barra in alto a sinistra della pagina visualizzata sul pc.

non credo che ci sarà un solo lettore che avrà voglia di consultare davvero i file in PDF e di tornare con me nello Sri Lanka che ho visitato nel luglio 2004 e perdipiù ancora una volta, visto che qualche affezionato spettatore e soprattutto spettatrice in questi mesi l’ho pur avuto: comunque un colpo d’occhio all’insieme credo che sia sufficiente per indurre un senso di meraviglia – quello di cui mi è capitato di parlare abbastanza spesso in questi giorni come valore positivo, ma che in questo caso potrebbe facilmente indurre a scuotere la testa in segno di compatimento per un comportamento che non rientra negli schemi comuni ed appare sicuramente bizzarro e stravagante.

per me stesso, perè, infine annoto che questa esperienza della trasformazione di un blog in file PDF la considero semplicemente una esplorazione preliminare di una possibilità interessante e conto di ripeterla presto, sia per dare forma semi-pubblicata ad altre esperienze e racconti di viaggio, sia per altri temi che ho affrontato via via in quindici anni di blog.

un arrivederci a presto ai miei lettori, dunque: se in questi tempi sono diventati al momento impossibili viaggi lontani, niente impedisce di viaggiare in altro modo, almeno con la mente, con gli occhi e col cuore.

 

riapertura del blog: Sri Lanka 2004 e 2005.

questo post e i prossimi servono semplicemente per pubblicizzare la nuova pagina aperta su questo blog e dedicata ai miei viaggi in Sri Lanka dell’estate 2004 e di quella 2005:

https://maurobort48.wordpress.com/sri-lanka-2004-2005/

i post verranno progressivamente trasferiti su questa pagina; quindi chi desidera consultare i precedenti, deve recarsi lì.

vi pubblicherò tutto quello che me ne resta, in attesa, mi auguro, di aggiungere anche i resoconti di un prossimo viaggio 2020.

qui invece pubblico i vari post via via che li compongo e poi li trasferisco, dopo qualche tempo, nella pagina, cancellandoli da qui.

i post saranno pubblicati in ordine cronologico inverso, in modo che chi entra nella pagina si trovi sempre davanti gli ultimi.

in altre parole, qui si segue il vangelo: gli ultimi saranno i primi! 🙂

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nb. i resoconti verranno integrati con quelli già scritti qualche anno fa… e arricchiti da nuovi video YouTube riorganizzati con le riprese originali di quattordici anni fa.

dove le riprese non saranno più disponibili, si riproporranno comunque i vecchi video del 2011.