(d)io c’è. 3 luglio 2005. – 319

ecco un insieme di versi (che non riesco a definire poesia, nel senso vero e proprio della parola) che vedono la luce quel 3 luglio 2005, mentre mi preparo alla partenza dall’Etiopia, attraverso qualche rifacimento tormentato.

non ci sarebbe alcun motivo di pubblicarli qui adesso, dopo che sono rimasti per 17 anni nel cassetto, assieme a migliaia di altri, se, rileggendoli, non vi avessi trovato in un verso il richiamo al titolo del film che avevo immaginato allora di fare con le mie riprese di Addis Ababa e che ho costruito in realtà negli ultimi due mesi: come l’acqua che scorre.

questo mi fa quasi pensare che sia una specie di interpretazione filosofica di questo film, ma direi meglio di quei dodici giorni africani.

. . .

(d)io c’è

.

la prima legge di questo sentimento

che lega l’uomo completamente

e dunque è chiamato religione

è lo spirito di sottomissione.

.

dunque chi per cominciare afferma

che non esiste alcun dio supremo

che chieda a noi obbedienza come può

esigere la tutela assegnata all’obbedienza?

.

solo se confermo che, seguendo me stesso

e conformandomi alla mia propria natura,

da solo posso agevolare gli altri

e contribuire alla vita sociale.

.

questo fa l’ateismo religione di pochi,

senza ambizioni di proselitismo:

un modo di vita che si lascia osservare

ed accogliere solo da chi si sente fatto per lui.

.

la religione che mi lega a me stesso

soltanto, come fonte viva e vera

dell’unica esistente divinità

che vive soltanto nel cuore dell’uomo,

.

anch’essa tuttavia mi sottomette a Dio,

pur se come scritto nei muri delle strade,

“Dio c’è”, appunto nel mio cuore,

ma non si può più dire che “esiste”.

.

in chi scriveva questa frase più dolce,

facendo appello alla propria viva esperienza,

ecco riviere l’ignoto Battezzatore

che introduce a una fede che lui ancora non conosce.

.

tu crederai infatti come primo postulato

della tua fede nutrita del Tao,

della saggezza di Budda e di Jeshuu vero,

che niente esiste e tutto c’è e non c’è.

.

tutto ciò che c’è è come l’acqua che scorre:

che nell’istante stesso in cui appare

è già scomparsa, dato che la sua esistenza

è questo fluire da non vita a non vita:

.

passando attraverso il luminoso riflesso

di ciò che apparendo scomparendo risplende

piccola metafora del cosmo intero

luminosa provvisoria vibrazione del nulla.

.

dal primo postulato tu potrai derivare

se avrai voglia di una attenta analisi

la descrizione di quanti sono i modi

nei quali esprimendosi le cose non esistono.

.

il secondo postulato, incomprensibile col primo,

è che neppure il tempo, che appare la legge

di conseguenza universale del non esistere,

neppure lui, se ben lo consideri, esiste.

.

ti dico, fratello, che il tempo non esiste,

cioè non appartiene alla natura delle cose,

di quelle che sono, di quelle che non sono

e neppure di quelle che assieme sono e non sono.

.

il tempo c’è, riempie le nostre giornate,

fonda i sorrisi le lacrime e i sospiri,

eppure appartiene alla nostra coscienza

troppo embrionale per vedere tutto assieme

.

come sia in un blocco il quadro dell’esperienza

che ha bisogno di compitare quaderno per quaderno

l’oggi e il domani e il passato già morto

che solo ieri appariva così reale.

.

il terzo postulato, che è anche l’ultimo,

perché fratello non ho da dirti di più,

è che noi siamo soltanto probabili

e dunque nel mondo non può esistere legge.

.

dalle cose che scorrono tutte senza esistere

nasce la coscienza figlia del non esserci

tanto quanto dell’esserci, e dunque del tutto

priva di ogni determinata esistenza.

.

solamente, o fratello, se a questi tre enigmi

tu guardi senza tremare con cuore puro

e disposto a morire, liberando il tuo karma

del peso insopportabile dell’identità,

.

solamente ripetendo senza tremare ogni giorno

che ciò che esiste è come l’acqua che scorre,

e pure il tempo non è altro che apparenza,

mentre noi siamo soltanto il sogno di una cosa,

.

come Gorgia diceva che nulla esiste,

che se esistesse non si potrebbe conoscere

e che pure se si riuscisse a conoscerlo

non si potrebbe poi parlarne chiaramente

.

(del resto se ogni comunicazione tra esseri viventi

è una contrattazione in vista di uno scopo,

occorre poi scoprire che la natura del contratto

è ignota a ciascuno dei due contraenti,

.

dato che ciascuno ignora il significato

che l’altro attribuisce al proprio messaggio

e del resto in gran parte ignota è perfino la natura

del messaggio proprio, a chiunque lo pronuncia).

.

se dunque questa assenza di senso del linguaggio

e di conseguenza del pensiero che è una lingua interiore

non ti spaventa fino al punto di chiudere le tue labbra

o di impedire alla tua mente di conquistarsi la sua libertà,

,

se dunque il nulla non riesce a farti paura

e neppure quella vibrazione del nulla che chiamiamo vita,

se rifiuterai di consegnarti tremante

a chi con promesse di potenza divina

.

come fosse delegato di questa, senza credenziali

peraltro da mostrare, cancellerà coi riti

ottusi della ripetizione e della perdita di sé

la domanda aperta che è il tuo dio dentro di te

.

allora, fratello, potrai alla fine della giornata

dire che questo dio fragile e tremante

è il sogno della cosa che chiamiamo vita

semplice soffio della tua vita probabile

.

e al cuore oscuro di questo processo

che dal nulla ha fatto nascere la vita

e dal cosmo vivo la tua probabile coscienza

potrai affidare, fragile germoglio, il tuo (d)io.

.

3 luglio 2005

. . .

NOTA 2022. ho soltanto sostituito nel testo al nome Joshua quello di Jeshuu, che ho cominciato ad usare in seguito e corretto un paio di evidenti refusi.

è una precisa testimonianza di una fase della mia vita nella quale mi definivo un ateo cristiano.

oggi non mi riconosco più in questa definizione, ma non ho nessun motivo per rinnegarla.

. . .

il testo fu rivisto il 9 luglio:

.

(d)io c’è

I

la prima legge di questo sentimento

che lega l’uomo completamente

e dunque è chiamato religione

è lo spirito di sottomissione.

 (di questa sono veri sacerdoti i preti,

che, mentendo sapendo di mentire,

danno la sacralità alle leggi umane,

facendole derivare dallo spirito di Dio

e qui si consuma nel tempo della guerra

agli occhi del pensiero clericale

la crisi del principio della democrazia

che fa le leggi figlie più semplici dell’uomo;

e tuttavia vi è un progresso innegabile

nell’umanizzazione di ogni legislazione,

dato che la rende facilmente trasformabile

nelle epoche storiche di forte trasmutazione).

dunque chi per cominciare afferma

che non esiste alcun dio supremo,

che chieda a noi obbedienza, come può garantire

la protezione sociale che nasce dalla religione?

solo se conferma che, seguendo se stesso

e conformandosi alla sua propria natura,

da solo possa agevolare gli altri

e contribuire alla vita sociale.

questo fa l’ateismo religione di pochi,

senza ambizioni di proselitismo:

un modo di vita che si lascia osservare

ed accogliere solo da chi si sente fatto per lui.

la religione che mi lega a me stesso

soltanto, come fonte viva e vera

dell’unica esistente divinità

che vive soltanto nel cuore dell’uomo,

anch’essa tuttavia mi sottomette a Dio,

pur se come scritto nei muri delle strade,

“Dio c’è”, appunto nel mio cuore,

ma non si può più dire che “esiste”.

in chi scriveva questa frase più dolce,

facendo appello alla propria viva esperienza,

ecco riviere l’ignoto Battezzatore

che introduce a una fede che lui ancora non conosce.

II

tu crederai infatti come primo postulato

della tua fede nutrita del Tao,

della saggezza di Budda e di Joshua vero,

che niente esiste e tutto c’è e non c’è.

tutto ciò che c’è è come l’acqua che scorre:

che nell’istante stesso in cui appare

è già scomparsa, dato che la sua esistenza

è questo fluire da non vita a non vita:

passando attraverso il luminoso riflesso

di ciò che apparendo scomparendo risplende

piccola metafora del cosmo intero

luminosa provvisoria vibrazione del nulla.

dal primo postulato tu potrai poi derivare

se avrai voglia di una attenta analisi

la descrizione di quanti sono i modi

nei quali esprimendosi le cose non esistono.

il secondo postulato, incomprensibile col primo,

è che neppure il tempo che appare la legge

di conseguenza universale del non esistere,

neppure lui, se ben lo consideri, esiste.

ti dico, fratello, che il tempo non esiste,

cioè non appartiene alla natura delle cose,

di quelle che sono, di quelle che non sono

e neppure di quelle che assieme sono e non sono.

il tempo c’è, riempie le nostre giornate,

fonda i sorrisi le lacrime e i sospiri,

eppure appartiene alla nostra coscienza

troppo embrionale per vedere tutto assieme

come sia in un blocco il quadro dell’esperienza

che ha bisogno di compitare quaderno per quaderno

l’oggi e il domani e il passato già morto

che solo ieri appariva così reale.

il terzo postulato, che è anche l’ultimo,

perché fratello non ho da dirti di più,

è che noi siamo soltanto probabili

e dunque nel mondo non può esistere legge.

dalle cose che scorrono tutte senza esistere

nasce la coscienza figlia del non esserci

tanto quanto dell’esserci, e dunque del tutto

priva di ogni determinata esistenza.

III

solamente, o fratello, se a questi tre enigmi

tu guardi senza tremare con cuore puro

e disposto a morire, liberando il tuo karma

del peso insopportabile dell’identità,

solamente ripetendo senza tremare ogni giorno

che ciò che esiste è come l’acqua che scorre,

e pure il tempo non è altro che apparenza,

mentre noi siamo soltanto il sogno di una cosa,

come Gorgia diceva che nulla esiste,

che se esistesse non si potrebbe conoscere

e che pure se si riuscisse a conoscerlo

non si potrebbe poi parlarne chiaramente

(del resto se ogni comunicazione tra esseri viventi

è una contrattazione in vista di uno scopo,

occorre poi scoprire che la natura del contratto

è ignota a ciascuno dei due contraenti,

dato che ciascuno ignora il significato

che l’altro attribuisce al proprio messaggio

e del resto in gran parte ignota è perfino a la natura

del messaggio proprio a chiunque lo pronuncia).

.

non ho tempo di rivedere la grafica, ma è la stessa della prima versione.

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3 risposte a "(d)io c’è. 3 luglio 2005. – 319"

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