il fango dai monti di Entoto. Addis Ababa 30 giugno 2005 – quando si poteva viaggiare. 125

30 giugno 2005: gli ultimi versi scritti ad Addis Ababa allargano lo sguardo sull’immensa Etiopia che non vidi, che non potei vedere:

il fango che il fiume di pioggia trascina dai monti di Entoto
e che indovini dal rumore notturno delle lamiere battute
per i vicoli rossi come una striscia di questa loro bandiera
(gli altri colori sono il verde squillante delle foreste di eucalipti
e il nero della pelle bruciata dal sole o forse dei chicchi di caffè)
questo fango discende, passata la città di Nazret, verso il lago di Keka
bloccato da una diga che produce l’elettricità per la città foresta
abitato da inconsapevoli però ippopotami e fenicotteri rosa.
con questo acqua e terra scorrono assieme nella Rift Valley
dove una forza oscura sta lentamente sbriciolando il continente
e da quel lago dove immagino si avvolga in lenti gorghi mostruosi
quasi a forza risale risospinto di nuovo al nord da cui è venuto:
è il fiume Awash, che ha raccolto altra acqua che scende
da una catena di laghi che segna questa immensa frattura:
quello di Ziway, circondato da scure montagne vulcaniche
coi suoi isolotti della stessa sostanza ed origine destinate ai monasteri:
pellicani, cicogne dal becco giallo o fatto a scarpa, martin pescatori
gareggiano con gli uomini nella caccia ai pesci tilapia.
su Tullo Gudo, la più grande delle isole, la leggenda racconta
che venne nascosta l’Arca, dopo che Axum fu distrutta dalla regina Gaudit.
Axum, che una donna aveva fondata, la regina di Saba, mille anni
prima della nascita di Cristo, e dove il figlio illegittimo suo
e di Salomone aveva portato l’arca dell’alleanza rubata dal tempio
dopo altri mille anni, attorno al 980, un’altra regina nota anche come Gauit
ebraica di fede, di soprannome Esarto, che significa devastatrice ,
aveva saccheggiato, rovesciando gli obelischi nella polvere.
poi nel 1270 Yekumo Amlak, “che egli sia re”, scoprì d’essere figlio
dei figli dei figli di Salomone e fondò una dinastia
detta dei re dei re che regnò su questi altipiani per secoli e secoli
benedetta dal santo dei santi Tekle Haymanoot, protetta dai preti
all’Europa nota come il regno del prete Giovanni –
celebrata dal libro Kettra Negast, la storia dei re
e destinata a finire dopo 705 anni nel chiuso di un palazzo
il 26 agosto quando il dittatore Menghistu guarda strangolare
da un infermiere militare un vecchio di 84 anni, Tafari
figlio del ras Makkonen, signore di Harar e poi imperatore
col nome di Hailé Selassié, Forza della Trinità, figlio ultimo di quella storia.
così l’acqua, uscita dal lago di Zway, veniva scendendo la Valley,
dal lago Abilata che tra le diverse boscaglie di acacia
raccoglie dal lago Langano, chiuso tra i monti Arsi,
e dal lago Shala, chiuso in un cratere vulcanico,
dove l’acqua ribolle per sorgenti di zolfo e fanno il nido
l’uccello tessitore, il bucero, il cuculo, ghiandaie e storni,
ma anche kudu maggiori, facoceri, sciacalli dorati ed oribi superbi
assieme alle bellissime gazzelle di Grant, dolci come ragazze abissine.
non dirò più su dei laghi di Awasa, di Abaya, che è rosso, di Chamo,
delle quaranta sorgenti che gorgogliano nella foresta,
del mercato dei coccodrilli, ma tornerò al fiume che scende la Valley
sfiorando Nazret e le sorgenti calde di Godorè.
è il fiume Auash (se adesso vuoi scriverlo così)
che ora volge la corrente verso Nord per inoltrarsi
nelle terre degli Afar, i terribili dancali, come licaoni
che castravano i nemici uccisi o feriti, uomini o bambini,
esibendo il pene e lo scroto come trofeo d’onore.
lo sorveglia il vulcano di Fantale, alto 2000 metri,
che il fiume abbandona per le paludi di Caddabassa,
e poi per Asaita, torrida e triste, fra i suoi laghi salati.
l’ultimo è quello di Arissa, al confine con Gibuti,
dove il fiume muore senza riuscire, ridisceso verso sud,
a raggiungere l’oceano brulicante di pirati arabi.
quante centinaia di chilometri hai percorso fango delle strade
che vieni a evaporare nel sale prosciugato di quaggiù,
tra leggende e misteri che non ti lasciano sbocco.

30 luglio 2005

. . .

poi, un altro frammento di riflessione sui calendari, cristiano e musulmano, sulla linea inaugurata il giorno prima; e questa sarebbe piuttosto quasi da leggere come una premessa sul tema.

calendario: se il ciclo lunare è di 28-29 giorni e il ciclo solare di 365-366, basterebbe che la luna impiegasse solo poco più di 28 giorni per circumnavigare la terra per avere la miracolosa coincidenza. e invece niente: c’è una sfasatura di … giorni che basta a dividere il mondo tra popoli del deserto che vivono di notte e hanno un calendario lunare e popoli altri che invece misurano il tempo dal sole e – tanto vale – riducono i mesi a 12, numero perfetto, piuttosto che 13 menagramo.

in un anno solare ci stanno infatti 12 mesi lunari e qualcosa. si trovasse il modo di armonizzarli meglio sarebbe un piccolo contributo alla tolleranza.

. . .

l’ultimo scritto della giornata è un duro frammento di diario, l’ultimo di quel breve, drammatico contatto con l’Etiopia.

razzismo inconsapevole, implicito ed ovvio, dei bianchi che vivono qui, prevalentemente con una buona coscienza di sinistra.

razzismo consapevole degli etiopi verso il ferenji, ma è un razzismo strano contraddittorio, fondato anche su una certa attrazione, e comunque sulla tolleranza della nostra misteriosa pazzia, che ci fa tanto potenti.

non c’è grande rancore invece (in genere) per i nostri massacri. c’era la guerra, qualcuno dice. la guerra preesisteva. non l’hanno portata gli europei. i monaci non sono stati uccisi solo dagli italiani. altrove però il ricordo è vivo e insuperato e qualcuno sputa a terra con disprezzo vicino al ferengii italiano.

mai come qui verifichi i limiti culturali, l’incapacità di un pensiero sfaccettato e complesso dell’Africa, che è la terra della grande semplificazione, che serve a sopravvivere, ma non a dominare il mondo.

un ragazzo mutilato delle gambe, che si trascina sulle mani, si aggrappa alla macchina ferma a un semaforo, picchia sul finestrino chiuso agitato: I’m hungry, please, please. implora a lungo. io “non ho spiccioli”, poi mi vergogno, se considero che un biglietto da 10 birr sarebbe poi un euro scarso. mi viene da piangere, mi viene da vomitare.

4 risposte a "il fango dai monti di Entoto. Addis Ababa 30 giugno 2005 – quando si poteva viaggiare. 125"

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