Citta` del Messico, Las intermitencias de la muerte, installazione di Mirabel Portela – VIDEOCLIP n. 618

una mostra collettiva, dolorosamente toccante, sul tema della morte dei bambini.

IL CARNEVALE DEI MORTI A CITTA` DEL MESSICO – MY ROUNDTHEWORLD N. 122 – 638.

era presentata all’ingresso da un manifesto con una riflessione sulla concezione della morte nelle culture pre-colombiane che voglio cercare di tradurre:

Le intermittenze deila morte,

installazione-offerta di Mirabel Portela

Se non torniamo a morire, non abbiamo futuro

Jose` Saramago

Nelle culture di tutti i tempi la morte e` stata oggetto di riflessione, evento tanto quotidiano quanto inevitabile: e` il passaggio piu` duro e inesplicabile per gli uomini.

Anche se esistere, etimologicamente, significa uscire da (ex stare), nella nostra concezione occidentale, contraddittoriamente, si smette di esistere nel mondo dei vivi; talvolta il senso percepito e` quello di passare da un luogo chiuso e limitato che e` il proprio corpo ad un esterno immateriale, l’unico reale e vero, che esiste, ed e` la certezza della morte. Tutte le mitologie raccontano il viaggio nell’aldila` dei morti, e solo alcuni eletti ottengono di affrancarsi dalle barriere tra i due mondi: la vita e la morte erano una sola unita` e non la fine l’una dell’altra. La morte si concepiva allora come una relazione fra la vita e la morte.

I messicani si riferivano ad un dio originario, Moyocoyani, “che si creo` da se stesso“. Da lui nacquero Omoteotl e Omecihuatl, rispettivamente signore e signora della dualita`, i quali riunivano gli opposti: il cielo e la terra, il materiale e lo spirituale, il fuoco e l’acqua, il maschile e il femminile, il positivo e il negativo: gli dei della creazione e della vita. Data la visione duale dei messicani, la morte e la vita erano soltanto due modi di esistere: una quando l’uomo abitava in modo effimero la terra, e l’altra nella quale si convertiva in spirito che abita l’eternita`; si nasce e si rimane per breve tempo sopra la terra, per ritornare nel suo seno e continuare con un ciclo infinito. La morte nel mondo pre-ispanico era una realta` con la quale si conviveva; in quel modo di pensare non esisteva rottura fra gli estremi vita e morte. Le societa` di allora integravano la morte nel loro ciclo cosmogonico come un avvenimento in piu` del divenire; nel morire si rinasce: questa era l’idea di base dalla quale si svilppo` la concezione della permanenza e della dualita`.

La possibilita` di quantificarla, concettualizzarla e contestualizzarla per mezzo delle pratiche funerarie e le forme elaborate del suo culto permettono di ottenere conoscenze che vanno da quella strettamente biologica a quelle di ordine sociale, politico, economico e religioso: ragione per la quale i temi che si relazionano con i costumi funerari sono molto vari.

Il titolo di questa installazione-offerta, ricavato da un racconto di Jose` Saramago, Las intermitencias de la muerte, non poteva essere piu` propizio, perche` ci parla di questa dualita` nella quale la vita non si intende senza la morte, pero` la morte altrettanto non la si comprende senza la vita. Questa opera si integra con 41 ceramiche collocate sulla scalinata del tempio di Tecatzlipoca, dio messicano della notte e di tutte le cose materiali, caratterizzato da uno specchio fumoso, che ci permette di vederlo riflesso in esso.

In questa concezione e visto con gli occhi degli uomini dell’America centrale pre-colombiana, il sole nel cielo sorgeva e moriva ogni giorno, la natura sulla terra illanguidiva e rinasceva ogni anno e i suoi esseri vivi si alimentavano di altri esseri che morivano. La vita e la morte sono una realta` indissolubile e l’esistenza dell’una si alimenta di quella dell’altra. Al centro la perplessita` dell’uomo di fronte alla incomprensibile finitudine dell’esisenza, che si pone come una parabola che separa l’effimero dall’eterno.

. . .

un cartello esposto in un successivo allestimento funebre in memoria di Jose` Emilio Pacheco, scrittore e poeta messicano morto all’inizio di quell’anno 2014, dice:

La vita non e` di nessuno, la riceviamo in prestito.
L’unica cosa che sara` davvero nostra sara` l’assenza.

. . .

l’idea che la vita la riceviamo in prestito risale direttamente al poeta latino Lucrezio: epicureo, cioe` materialista e ateo, in pratica, rispetto alle religioni tradizionali (“gli dei esistono, ma non si occupano degli uomini”).

l’idea che il primo “creatore” del mondo debba necessariamente “crearsi da se`” e` una bomba atomica filosofica contro il pensiero occidentale del Creatore non creato.

anche se poi potrebbe apparire semplicemente una variante linguistica della stessa idea di fondo.

ma che profondita` di pensiero nelle perdute civilta` pre-colombiane, cadute sotto i colpi spietati dei barbari d’Europa armati di cavalli e di polvere da sparo…

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